sabato 31 ottobre 2009

A STEFANO CUCCHI

Forse aveva sbagliato,forse non era un santo,forse meritava di pagare,ma non doveva essere scempiato e torturato.
Perchè quando si sbaglia si deve dare la possibilità a tutti di rimediare,e anche perchè se uno sbaglia è giusto che paghi,ma in questo paese,proprio in questi ultimi tempi, si fa molto riferimento a ciò che è costituzionale e non,bene,la Costituzione dice che anche in caso di reclusione o fermo giudiziario i diritti umani devono essere rispettati,e che noi abbiamo diritto all'integrità fisica. Probabilmente hanno visto un ragazzo che non voleva piegarsi,un ragazzo che non era proprio un criminale,un ragazzo che aveva sbagliato e che magari aveva deciso di tagliare con quel genere di vita,ma purtroppo a tagliargli la vita sono stati altri.
Chissà se aveva messo in preventivo che avrebbe fatto quella fine,io penso proprio di no;per poi dove morire,In carcere! In mezzo a funzionari di ordine pubblico e statali che dovrebbero scongiurare quel che è successo; vabbè,ma d'altronde stanno rinchiusi giorno e notte nelle segrete di Regine Coeli,ed annoiandosi hanno trovato il loro passatempo.
Caro Stefano,chissà cosa penserai mentre osservi il tuo cadavere martoriato. Chissà il rammarico che attanaglierà i tuoi cari,realizzando che la tua giovane e unica vita è stata falciata via in modo cosi inutile,che è durata come un battito d'ali di un colibrì,e che ormai non ci sei più. Chissà il vuoto e l'incredulità che serpeggeranno dentro la tua casa,insieme a loro,vittime come te di un così occulto ed efferato omicidio. Domani verrai ricordato come un nome e un ragazzo che è morto in carcere solo dopo aver visto inconsapevolmente per l'ultima volta i tuoi familiari magari uscendo di casa e dicendo la rassicurante frase,"Ci vediamo più tardi".

mercoledì 28 ottobre 2009

La Pioggia Nel Pineto


(G.D'Annunzio)


Taci. Su le sogliedel bosco non odoparole che diciumane; ma odoparole più nuoveche parlano gocciole e foglielontane.Ascolta. Piovedalle nuvole sparse.Piove su le tamericisalmastre ed arse,piove su i piniscagliosi ed irti,piove su i mirtidivini,su le ginestre fulgentidi fiori accolti,su i ginepri foltidi coccole aulenti,piove su i nostri voltisilvani,piove su le nostre maniignude,su i nostri vestimentileggieri,su i freschi pensieriche l'anima schiudenovella,su la favola bellache ierit'illuse, che oggi m'illude,o Ermione.Odi? La pioggia cadesu la solitariaverduracon un crepitío che durae varia nell'ariasecondo le frondepiù rade, men rade.Ascolta. Rispondeal pianto il cantodelle cicaleche il pianto australenon impaura,nè il ciel cinerino.E il pinoha un suono, e il mirtoaltro suono, e il gineproaltro ancóra, stromentidiversisotto innumerevoli dita.E immersinoi siam nello spirtosilvestre,d'arborea vita viventi;e il tuo volto ebroè molle di pioggiacome una foglia,e le tue chiomeauliscono comele chiare ginestre,o creatura terrestreche hai nome Ermione.Ascolta, ascolta. L'accordodelle aeree cicale a poco a poco più sordo si fa sotto il pianto che cresce;ma un canto vi si mescepiù rocoche di laggiù sale,dall'umida ombra remota.Più sordo e più fiocos'allenta, si spegne.Sola una nota ancor trema, si spegne,risorge, trema, si spegne.Non s'ode voce del mare.Or s'ode su tutta la frondacrosciare l'argentea pioggia che monda,il croscio che variasecondo la frondapiù folta, men folta.Ascolta.La figlia dell'ariaè muta; ma la figlia del limo lontana,la rana,canta nell'ombra più fonda,chi sa dove, chi sa dove!E piove su le tue ciglia,Ermione.Piove su le tue ciglia neresìche par tu piangama di piacere; non biancama quasi fatta virente,par da scorza tu esca.E tutta la vita è in noi frescaaulente,il cuor nel petto è come pescaintatta,tra le pàlpebre gli occhison come polle tra l'erbe,i denti negli alvèolicon come mandorle acerbe.E andiam di fratta in fratta,or congiunti or disciolti(e il verde vigor rude ci allaccia i mallèoli c'intrica i ginocchi)chi sa dove, chi sa dove!E piove su i nostri vólti silvani,piove su le nostre mani ignude,su i nostri vestimenti leggieri,su i freschi pensieri che l'anima schiude novella,su la favola bella che ieri m'illuse, che oggi t'illude,o Ermione.

martedì 20 ottobre 2009

Cadi...

E questa vita scivola via mentre cerchi un appiglio.Cadi.
Cadi,come una piuma che oscilla alle diverse correnti d'aria,in balia degli eventi.
Cadi,fluttuando nel vuoto nero pece,sentendo dentro di te che sei al capolinea.
I bar chiudono,la gente si affretta,in strada non c'è più nessuno;
finiti quei giorni in cui ridevi,in cui piangevi,in cui VIVEVI.
Nessun canto,nessun sorriso,nessun fiore,solo un sommesso e triste funerale.
E rimarrai solo,abbandonato. Passerano giorni,mesi,anni,cadranno foglie sul tuo marmo bianco,
le incisioni una volta vive sbiadiranno,tutto di quello che hai fatto probabilmente morirà con te,o saranno i posteri a ricordarlo.
E Cadi,cadi sempre più,le immagini ti passano accanto,mentre tendi la mano verso di esse per cercare di portarle con te,ma esse sono inafferrabili.
Ed ecco che sei in mezzo una folla di persone,eppure sei solo,la tua teca di cristallo ti tiene a distanza.
Ed ora sei solo, nella tua teca,mentre vedi lei,che possiede la chiave per entrare e toccarti,ridonandoti quel senso della vita che questa malsana voglia di vivere ha estirpato.

venerdì 16 ottobre 2009




Dove sono cavallo e cavaliere? Dov'è il corno dal suono violento? Dove sono l'elmo e lo scudiero, e la fulgida capigliatura al vento? Dov'è la mano sull'arpa, e il rosso fuoco ardente? Dov'è la primavera e la messe, ed il biondo grano crescente? Son passati come pioggia sulla montagna, come raffiche di vento in campagna; I giorni scompaiono ad ovest, dietro i colli che un mare d'ombra bagna. Chi riunirà il fumo del legno morto incandescente? Chi tornerà dal Mare e potrà mirare il tempo lungo e fuggente? (J.R.R TOLKIEN)

mercoledì 14 ottobre 2009

Speranza

Corro. Le fiamme dietro di me serpeggiano come rettili minacciosi.
Piango,non odo parole familiari e affettuose,ma grida,colpi di spada,fratelli che abbandonano la via.
Cado.Le forze scemano,l'ombra quasi mi ricopre,sto per soccombere.
Ansimo.Ormai non posso più fuggire,n'è gridare,qualcosa lo impedisce,lentamente quella lama gelida che si chiama rassegnazione penetra il mio petto,e le gambe che prima tentavano di drizzarsi ora restano al suolo,come serpenti incantati dal flauto.
E' buio,ho freddo,solitario resto sull'erba umida che odora di morte.
La mia bandiera brucia,e con lei brucio anch'io,vedendo morire ciò che mi cullò da piccolo e mi fece innamorare da grande.
La Lupa Roma mi guarda dall'alto,mentre io abbasso lo sguardo provando vergogna nell'essere vivo ancora e nell'assistere alla sua profanazione.
Il corpo mi duole,non per le ferite,ma per lo sguardo fisso e deluso che lei usa per torturarmi.
Mille grida strazianti assalgono le mie orecchie,le quali copro con le mani chiudendo gli occhi dal tormento,Perchè non muoio ancora?
Speranza. Parola che nella mia mente buia,risuona come un lampo in una notte burrascosa.
Tolgo le mani dalle orecchie,la maestosa lupa ora mi parla:Speranza. Sibila nel mio orecchio,Speranza. Parola dolce come il seno materno.
Speranza,ancora ripete,Speranza....Io ridevo.
Speranza gridai correndo contro l'orda oscura.
Ormai era giorno,la lupa ululava dietro di me mentre mi precipitavo verso gli immondi barbari,il gladio brandivo come chiave di un nuovo impero,come compito da lasciare ai miei fratelli,il mio sangue di li a poco avrebbe ridonato vita al terreno contaminato e arido.
Speranza gridai al mio ultimo assalto,quando finalmente la luce divenne più forte,il petto mi si scuarciò e caddi supino,assaporando quella sensazione di pace. Speranza,rantolavo mentre osservavo piangendo il mio sangue che rinvigoriva le radici di una nuova gioventù. Speranza, i miei fratelli cacciavano le iene nelle rupi ombrose,mentre la Lupa mi accompagnava nei campi elisi,dai quali osservavo la nuova ed imponente Roma che nasceva.

martedì 13 ottobre 2009

IO,ESTRANEO

In punta di piedi esco dalla scena,mi defilo dalla folla,mi allontano dal frastuono.
L’oscurità,si,l’oscurità sarà mia amica,la solitudine condividerò con me stesso,poiché solo di lui mi fido. L’eco delle chiacchiere futili,delle grida isteriche,degli odi feroci si sente appena. Lento e veloce cammino nel buio,incerto su dove andare,disperato su dove non andare. Per strada non c’è nessuno,nei vicoli bui qualche gatto miagola sinistro. Le luci all’interno delle case sono accese,le famigliole sono riunite. Lo schiocco dei sassi calpestati dalle scarpe risuonano nell’aria,umida ed infame. Non un’anima gira,forse sono tutti nel loro nido di caos,tessendo la loro tela come ragni,costretti,purtroppo per loro,a passare senza far accorgere nessuno della loro presenza come tutte le persone,come tutti quei morti che camminano,che non pensano ad altro che all’apparire,al “divertirsi”. Ma che cosa ne sarà del loro passato? Del loro operato? Del loro ridere e gioire per le cose stupide,del loro lavorare? Nulla… Nulla… Nulla che riecheggi nell’eternità,nulla tranne il ricordo impresso nei loro cari,ma è giusto vivere per rimanere impressi solo nelle menti di chi ci vuole bene? Ed in che modo poi? Come verranno ricordati? Forse per essere stati dei genitori premurosi? Per aver fatto dei bei regali alle festività?
Non signore,continuerò a defilarmi,per lasciare integro ed incontaminato il mio IO illuminato.

martedì 6 ottobre 2009

Una notte alla corte

L'arpa magica suonava nella corte in un turbinio di suoni fatati e afrodisiaci,capaci di far uscire l'anima dai corpi dei cortigiani e persino del re. Il fuoco danzava al centro del piazzale,mentre dinanzi ad esso stava il cantore,con gli occhi chiusi,illuminato ad intermittenza dalle fiamme ballerine,mentre pizzicava le corde esili dello strumento. Pareva che il tempo si fosse fermato,che gli astri si fossero fissati in cielo,come se quel momento fosse destinato a durare nei secoli. I cortigiani ascoltavano incantati il cantore il quale in una sorta di trance divino,cantava ridendo,piangendo,lamentando le gesta e i tempi che furono. Tutto l'ambiente era fermo e silenzioso,perfino l'eco della guerra e la paura erano lontani,esclusi da quell'atmosfera, pervasa dalla musica del cantore,e dalla magia del mistero. Il cappuccio marroncino sovrastava il capo del poeta,mentre dalla sua bocca uscivano parole nebulose,futuriste,ardite,vigliacche,vittoriose,perdenti.... La qualità delle sue parole variava a seconda della tipologia di uomo e di periodo che narrava, ma nel suo cuore soffriva, per quella sensazione di nostalgia di un passato non molto ben definito ed astruso.
I tempi fuggivano come cani impazziti,gli uomini perivano,i piccoli crescevano. E l'arpa suonava,illuminata dalle fiamme,che sembrava un oggetto magico testimone del tempo,mentre il cantore lamentava le gesta di eroi e guerrieri dei tempi che furono,delle guerre gloriose,di scudi frantumati,finchè la melodia scemò,le persone si destarono da quell'excursus magico,e l'arpa rimasse si addormentò.