
Con il passo irregolare e il busto curvo, l'uomo della pioggia cammina spesso sotto casa mia.
Il volto inespressivo, la bocca chiusa, gli occhi vuoti, rivolti verso un mondo interiore.
Lo sdegno per la realtà era dipinto nei suoi gesti e nella sua riluttanza a comunicare.
Gli zigomi non si increspavano quasi mai in un sorriso.
Perchè? Cosa c'era da essere felici? Cosa valeva la pena ricordare, cosa valeva la pena fissarsi nella mente.
Come un cieco che cerca la sua luce, l'uomo della pioggia viveva nel suo mondo, chiudendo ermeticamente ogni via di entrata alla realtà, quasi avesse paura di venire contagiato.
Ben presto mi affrettavo alla finestra, nel buio, ad osservarlo camminare, ad osservarlo claudicante, in quel nido di serpi quale è la realtà. Ma non batteva ciglio, ripeteva tra sè e sè le sue parole, insensate ma cosi significative. Sapeva che gli sguardi dei più indugiavano su di lui spesso, che le risa pungenti gli piovevano addosso, ma lui niente, quasi fosse sordo e privo di sentimenti.
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